domenica 8 novembre 2020

lunedì 2 ottobre 2017

Il calciatore del Giorno

Piquè ha detto che è pronto a fare un passo indietro se la federazione spagnola glielo chiedesse.
Chissà se era dello stesso avviso anche ad inizio carriera?

mercoledì 17 ottobre 2007

L’Italia del comico.

L’Italia del comico.



Cosa si aspetta questa società qualunquista? Oggi come oggi tutti hanno facoltà di esprimere un'opinione che può arrivare nelle case delle persone senza nessun contrasto alcuno, e senza barriere di sorta. Ma quanti raccontano delle verità, o degli argomenti che possono aiutare il senso comune in modo concreto è pulito, concedendo a chi ascolta una serena e franca valutazione degli argomenti, orientata ad un'opinione personale libera ed indipendente. Il qualunquismo molte volte non è sinonimo di democrazia, questo è un insegnamento dell'era moderna, in quanto è in opinabile che una confusione di argomenti, di opinioni sono l'anticamera del caos che porteranno al disastro sociale proprio quanto e come farebbe una dittatura. E’ assurdo che un comico raggruppi in una piazza oltre 300.000 persone, e indichi loro la strada da percorrere per risolvere i problemi quotidiani di una nazione. Mentre chi dovrebbe farlo, e parlo dei nostri politici, frequentano, come in uno scambio di ruoli programmato e sincronizzato, i programmi televisivi più triviali, dediti i a fare ascolto per incastrare lo spettatore di fronte al televisore. Oggi il politico non è un politico. Il politico è un attore, è una persona che passa la maggior parte della sua giornata tra truccatori ed insegnanti di dizione, cercando di migliorare il suo aspetto esteriore per una compiacente ed efficace interpretazione televisiva.
E’ oltraggioso asserire che ci sia una libertà che porti a pensare ad un qualunquismo divulgativo, con argomenti basati sull’idea che un paese è libero quando tutti hanno diritto alla parola.
In teoria è così, ma è pur vero che ci sono situazioni e situazioni.
Equivale a dire che anche un boss o un delinquente possa richiedere un palco e da lì raccontare la sua parte di storia.
La sua versione dei fatti. Penso con grande convinzione che quando ci si rivolga alle masse bisogna essere proprietari di un linguaggio adatto, di modi e di atteggiamenti che siano finalizzati al bene comune, è non solo per racimolare consensi ed approvazione. Con il disastroso riscontro è tornaconto di una rivoluzione che non è una rivoluzione in quanto si nasconde dietro un velo di confusione e di ilarità. Dire oggi una parolaccia ad ogni argomento non è sinonimo di crescita sociale, in quanto i nostri problemi non cambieranno con le parolacce.
Dobbiamo sperare, e aggrapparci alle democrazie del voto, con questo potere piccolo, ma così grande nell'unione di tutti gli altri, possiamo veramente cambiare qualcosa. Il volto è la nostra arma, il nostro giudizio è quindi la consequenziale punizione per chi ha sbagliato e non ha onorato tale dimostrazione di fiducia, una punizione che deve portare gli erranti nel dimenticatoio della politica lasciandoli per sempre ad un’altra occupazione, ad un altro lavoro che non sia però la cosa pubblica. Chi arriva a governare deve capire che non è un eletto, un fortunato, ma deve comprendere cioè che è arrivato per lui il momento più delicato della sua vita, dove responsabilità lo attendono, e tanto lavoro gli ruberà la vita quotidiana. Il politico non è un attore, non è un calciatore è non è una velina: se si fosse radicato questo nel senso comune del popolo allora saremmo arrivati davvero ad un punto di non ritorno.
E il fatto strano, grottesco insieme, e che a farcelo notare deve essere un comico, con argomenti che sconfinano nel banale, rendendo così poco appetibile un serio colloquio, lasciando, infine, che le parole facciano razzia di pensieri e di convenzioni ideologiche. Il rammarico, al passare degli anni, è che ancora bisogna assistere a queste scene pietose, ad una nazione che non che non ha la consapevolezza della crescita è dell'evoluzione.

sabato 22 settembre 2007

Chi cazzo se ne fotte.

Pazzia.
Sale e pepe.
E un pallone sgonfio per giocare tra amici.
Il primo venticello invernale per rinfrescarsi.
Una canna improvvista.
Liquore di seconda marca, economico.
Libertà.
Ragazzi e felicità.
Felicità prima di diventare grandi.
Poi voglio una pizza fritta in olio bruciato.
Grasso nel sangue e chi cazzo se ne fotte.
Tanto siamo piccoli e niente ci fa.
Felicità prima di diventare grandi.
Chi cazzo se ne fotte.
Una canna prima che m'impicco al palazzo di mio padre.
Sono un fottutissimo figlio di puttane.
Amo grattarmi le palle.
Non voglio fare un cazzo.
Voglio giocare solo con un pallone sgonfio,
tra il venticello invernale.
E poi tirare di canna.
Pazzia.
Sale e pepe.

giovedì 20 settembre 2007

PORCA PUTTANA

C'è una "porca puttana" in me che mi toglie l'anima. Non è niente di che, ma vive al posto mio. Questa "porca puttana" di merda, che niente sa e niente vuole, ma poi tutto raggiunge alla fine. Sono fritto e impanato, sono melma tra la melma. mi alzo di mattina e già avrei voglia di dormire di nuovo, vado a dormire e non riesco a trovare il sonno.
Sono incazzato, ma non lo dimostro.
Mio padre mi dice che non sono capace di affrontare l'età che avanza: cazzo, ho trentatré anni...a quaranta che farò mi taglierò le vene?
Qualche canna, tante sigarette e un bicchiere di liquore da circolo recreativo: sambuca, vecchia romagna, stock. roba insomma che costa poco ma che lo stesso raggiunge il risultato.
Capisco di essere niente altro che un figlio di un cazzo e mi dispiace che più niente mi diverta o mi dia piacere.
Questa "porca puttana" mi hanno rotto i coglioni e basta, ma a chi cazzo lo vai a dire?
Non mi rets che imprecare: "PORCA PUTTANA".
PETROSINO RAFFAELE
RAFAEL NAVIO

mercoledì 4 luglio 2007

L'incontro

Sono andato da una puttana nera.
L'ho pagata e le ho accarezzeti capelli per dieci minuti.
Ci siamo salutati ed è scesa.

martedì 19 giugno 2007

La pista di sabbia



Andrea Camilleri




La pista di sabbia

Anno: 2007
-->288 pagine 12.00 Euro ISBN 88-389-2216-0

IL LIBRO-->
L’incubo è la Cavalla della Notte: la fantasima sganasciante, con froge e zoccoli. Abita la coscienza disfatta dal sonno, il buio accidioso degli istinti, la cecità delle tentazioni, il rodìo dei rimpianti e delle nostalgie nella costernazione per il tempo che si vorrebbe fermo e invece sopravanza e soverchia. L’incubo è la qualità equina, l’astrazione che governa questo romanzo di amazzoni e di allevatori di cavalli purosangue, ambientato tra scuderie e maneggi, ippodromi e piste: tra corse clandestine e corse di beneficenza. Un mondo nuovo sorprende e spiazza il commissario Montalbano. Una società che strepita a vuoto, su quella linea logora che a stento separa un vestibolo di ignavi, di smidollati e di viziosi (aristocratici alcuni, ma per lo più imprenditori e uomini d’affari), dall’«inferno» della vecchia e della nuova mafia. Un «suon di man» echeggia, in questo vestibolo, come in quello dell’Inferno dantesco. Ma se i «cattivi» di Dante erano «stimolati molto» da «mosconi» e «vespe», questi lunatici circensi spiaccicano sulle loro gote nugoli di moscerini. Tutto ruota attorno alla carcassa rapita di un cavallo da corsa. E a un cadavere trovato seminudo, con un proiettile in corpo, buttato al sole e ai cani. Due romanzi si chiudono l’un dentro l’altro. Le piste si intrecciano e si confondono. Ciò che sembra chiaro al dritto, si rivela oscuro al rovescio. Montalbano cavalca un doppio incubo. Monta dapprima sulla «cavaddra-fimmina». E poi, maldestro, inforca un cavallo di bronzo: un ordigno metamorfico, che lo trabalza «con la faccia verso il culo della vestia», e lo porta su piste di sabbia, là dove le orme si sperdono e cancellano. Montalbano è un aruspice annebbiato dai gabbamenti della memoria e dagli «incubi» dell’incipiente vecchiaia. Avrebbe bisogno di un paio d’«occhiali». Sente la bestia sotto di sé. Ma forse è lui stesso un «cavallo» condotto da eventi che non sa decifrare. Come la madonna Oretta di una novella del Decameron, il commissario scenderà infine dai «cavalli» di «duro trotto» e di andatura sbagliata (a barzelloni e traballoni). Si ritroverà. Tornerà ai consueti avvedimenti: trucchi, «sfunnapiedi», o «saltafossi». E ancora una volta, senza ausilio d’occhiali, saprà ricomporre, leggere, e raccontarsi, una «bellissima» storia. Nigro.




Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925), regista di teatro, televisione, radio e sceneggiatore. Ha insegnato regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Ha pubblicato numerosi saggi sullo spettacolo e il volume, I teatri stabili in Italia (1898-1918). Il suo primo romanzo, Il corso delle cose, del 1978, è stato trasmesso in tre puntate dalla TV col titolo La mano sugli occhi. Con questa casa editrice ha pubblicato: La strage dimenticata (1984), La stagione della caccia (1992), La bolla di componenda (1993), Il birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997), Il gioco della mosca (1997), La concessione del telefono (1998), Il corso delle cose (1998), Il re di Girgenti (2001), La presa di Macallè (2003), Privo di titolo (2005), Le pecore e il pastore (2007); e inoltre gli altri romanzi con protagonista il commissario Salvo Montalbano: La forma dell'acqua (1994), Il cane di terracotta (1996), Il ladro di merendine (1996), La voce del violino (1997), La gita a Tindari (2000), L'odore della notte (2001), Il giro di boa (2003), La pazienza del ragno (2004), La luna di carta (2005), La vampa d'agosto (2006), Le ali della Sfinge (2006).

contatti

contatti: rafaelnavio@libero.it