mercoledì 31 gennaio 2007

MARC FORSTER




Marc Forster, l’ombra della vita- di Daniele Sesti

Esce venerdì in Italia Vero come la finzione l’ultimo film di Marc Forster con Wil Ferrer, Dustin Hoffman, Emma Thompson e Maggie Gyllenhaal. Il regista di Neverland – Il sogno di una vita e del pluripremiato The Monster’s Ball ripropone i temi a lui più cari questa volta trattati in maniera più indolore e con uno sguardo più smaliziato. Ecco un breve ritratto di uno dei giovani registi più anticonvenzionali ed allo stesso tempo poetici approdati ad Hollywood, in attesa del prossimo film The Kit Runner (“Il cacciatore di aquiloni”) tratto da uno dei best-seller della passata stagione letteraria.

PACE


PACE
PACE
PACE

La confusione sui pacs



orso basilio: ma che cosa sono i pacs?

cervo elio: bah, e chi lo sa! Probabilmente una variante del gioco dei pacchi su rai uno.

martedì 30 gennaio 2007



NAPLE'S ART
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SE VUOI ESPRIMERE LA TUA OPINIONE SAREMO BEN FELICI DI DARTI SPAZIO.
RAFAELNAVIO@LIBERO.IT

LA MISSIONE DELL'UOMO RAGNO



Salverò la Campania dalla spazzatura! Parola di Ragno!

L'OBESITA' INFANTILE











L'obesità può essere definita come un eccesso di tessuto adiposo in grado di indurre un aumento significativo di rischi per la salute (malattie cardiovascolari, pressione alta, diabete, ipercolesterolemia). L'obesità risulta essere il disordine nutrizionale più frequente nei paesi sviluppati e in particolare l'obesità infantile è certamente uno dei problemi più frequenti in età pediatrica.
Negli USA, circa il 15% dei bambini (tra i 6 e gli 11 anni) e il 15,5% degli adolescenti (tra i 12 e i 19 anni) sono obesi. L'aumento dell'obesità tra i giovani americani è molto cresciuto negli ultimi, tanto da preoccupare tutti.In Italia i risultati di un'indagine promossa dal Ministero della Salute indicano che all'età di 9 anni in città campione di Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Campania, Puglia e Calabria il 23,9% dei bambini è in soprappeso ed il 13,6% è obeso. Anche quest’indagine conferma la più elevata prevalenza di obesità nelle regioni del sud (16% a Napoli) rispetto al nord (6.9% a Lodi). Quindi è la nostra cara Campania a tenere banco.
Il rischio relativo per un bambino obeso di diventare un adulto obeso aumenta con l'età ed è direttamente proporzionale alla gravità dell'eccesso ponderale.Fra i bambini obesi in età prescolare, dal 26 al 41% è obeso da adulto, e fra i bambini in età scolare tale percentuale sale al 69%.Nell'insieme, il rischio per i bambini obesi di divenirlo da adulti varia tra 2 e 6,5 volte rispetto ai bambini non obesi. La percentuale di rischio sale all' 83% per gli adolescenti obesi.L'avere uno o entrambi i genitori obesi è il fattore di rischio più importante per la comparsa dell'obesità in un bambino.Un altro aspetto recentemente studiato, collegato allo sviluppo di obesità infantile, è l'adiposity rebound.Nella popolazione generale in età pediatrica, dopo l'età di un anno, i valori di BMI diminuiscono per poi stabilizzarsi e riprendere ad aumentare mediamente solamente dopo l'età di 5-6 anni. L'età alla quale si raggiunge il valore minimo prima dell'aumento fisiologico del BMI si chiama adiposity rebound e mediamente corrisponde all'età appunto di 5-6 anni. Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore precoce di rischio di sviluppo di obesità. Il rischio relativo per un bambino obeso di diventare un adulto obeso aumenta con l’età ed è direttamente proporzionale alla gravità dell’eccesso ponderale.Fra i bambini obesi in età prescolare, dal 26 al 41% è obeso da adulto, e fra i bambini in età scolare tale percentuale sale al 69%. Nell’insieme, il rischio per i bambini obesi di divenirlo da adulti varia tra 2 e 6,5 volte rispetto ai bambini non obesi. La percentuale di rischio sale al 83% per gli adolescenti obesi.
L’avere uno o entrambi i genitori obesi è il fattore di rischio più importante per la comparsa dell’obesità in un bambino. Un altro aspetto recentemente studiato, collegato allo sviluppo di obesità infantile, è l’adiposity rebound.Nella popolazione generale in età pediatrica, dopo l’età di un anno, i valori di BMI diminuiscono per poi stabilizzarsi e riprendere ad aumentare mediamente solamente dopo l’età di 5-6 anni. L’età alla quale si raggiunge il valore minimo prima dell’aumento fisiologico del BMI si chiama adiposity rebound e mediamente corrisponde all’età di 5-6 anni. Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore precoce di rischio di sviluppo di obesità.

mercoledì 24 gennaio 2007

ABRAXAS



























Il giallo di RAFAEL NAVIO.

ABRAXAS



prossimamente in uscita con
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lunedì 22 gennaio 2007

BOB KENNEDY di TERESA LAVANGA

www.filmfilm.it

Bob Kennedy…chi era costui?
Domanda più che leggittima dopo l'uscita del film Bobby Dei Kennedy, una delle più influenti famiglie d’America, si sa tutto e niente. Robert Francis Kennedy, candidato democratico alla Casa Bianca, venne ucciso nel 1968 durante la campagna elettorale, suo fratello John Firtzgerald, 35° presidente degli Stati Uniti, era stato assassinato nel 1963 a Dallas. I loro discendenti e parenti più o meno prossimi, sono stati oggetto di pettegolezzi e curiosità morbose, che però hanno tralasciato di approfondire gli aspetti più importanti di ognuno.
Sui fatti relativi ai fratelli John e Robert Kennedy, sono stati versati fiumi d’inchiostro e allestite numerose congetture: mafia, servizi segreti, CIA, colpi di stato. La mancanza di prove, o, in alcuni casi la troppo “casuale” distruzione delle stesse, ha contribuito alla crescita del mito dei due fratelli che, giovani, belli, ricchi, impegnati a favore dei più deboli, sono stati assassinati nel fiore degli anni, proprio quando la nazione aveva più bisogno del loro supporto “illuminato”.
Il minore dei Kennedy era un abile uomo politico, un grande sostenitore dell’integrazione razziale e un forte oppositore della guerra in Vietnam. Aveva avuto 11 figli dalla moglie, Ethel Skakel, ma non aveva disdegnato una relazione, anche piuttosto burrascosa, con la divina Marilyn, quando questa era stata “scaricata” dal fratello John. Secondo alcune congetture, sarebbe stato addirittura lui a scoprire il corpo senza vita della star di Hollywood, altra icona di quegli anni, morta anche lei giovane e bellissima all’apice del successo. Il film di Emilio Estevez, è il primo che, anche se in modo alquanto indiretto, parla della morte di Bob Kennedy, finita presto nell’oblio. Mentre nel caso di Dallas, infatti, la cospirazione è ben macchinata e di film ne sono stati prodotti molti (fra i tanti ricordiamo JFK – un caso ancora aperto di Oliver Stone), nel caso dell’Ambassador Hotel di Los Angeles, Shiran ha sparato sotto gli occhi di tutti e quindi non è stato possibile, se non parecchi anni dopo, parlare di complotto. Ciò che si racconta in Bobby, più che la vita e l’opera del senatore democratico, è la vasta umanità che si trovava la sera del 5 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Il regista, colpito dalla figura di Robert Kennedy, lo eleva al rango di martire della nazione, di vittima sacrificale, di unico eroe capace di redimere gli Stati Uniti, ma lo lascia lontano dal racconto, quasi come una icona sacra e intoccabile.I fatti che accaddero realmente quella notte, però, non sono così lineari come a prima vista potrebbero apparire. Dopo la conclusione del suo discorso di ringraziamento Robert Kennedy avrebbe dovuto raggiungere la sala stampa, ma a causa della folla, il percorso venne cambiato e il senatore passò attraverso le cucine dell’albergo, dove si soffermò a stringere la mano a camerieri e cuochi che lo festeggiavano. All’improvviso Shiran sparò, Kennedy alzò le mani in un istintivo gesto di protezione, iniziò una colluttazione fra i presenti e l’attentatore; nel frattempo Bob Kennedy finì a terra con tre pallottole in corpo. Shiran venne subito arrestato e condannato, anche se nel 1978, dopo l’abolizione della pena capitale, condanna a morte venne commutata in ergastolo. Nel corso del processo, sparirono prove, vennero buttate via armi, cestinate dichiarazioni e testimonianze. Non si dette peso al fatto che l’abituale guardia del corpo di Kennedy fosse stata sostituita all’ultimo momento da un’altra, Thane Eugene Cesar, che risultò essere un sostenitore di Wallace (candidato presidenziale dell’estrema destra), un dichiarato fiancheggiatore del Ku-Klux Klan e uno strenuo oppositore di tutte le riforme propugnate da Kennedy.Non vennero prese in considerazione le prove balistiche né il rapporto del coroner, che dimostravano l’assoluta improbabilità che Shiran fosse stato l’unico a sparare e soprattutto ad uccidere il senatore democratico. La tesi ad oggi più accreditata è che ad uccidere Bob Kennedy sia stato proprio Thane Cesar, l’unico in grado di poter sparare da dietro (Shiran era di fronte a Kennedy), a bruciapelo e verso l’alto (come dimostrano le prove balistiche). Purtroppo la sua pistola (calibro .22 come quella di Shiran) non fu mai esaminata, e poi, scomparve nel nulla! Negli ultimi anni, tuttavia, si sono fatte strada ipotesi fantasiose, una delle quali parla addirittura di una sorta di “Manchurian Candidate” programmato per uccidere e poi dimenticare tutto. A supportare tale teoria è il buio totale sui ricordi che lo stesso Shiran sostiene di avere rispetto a quella sera. Shiran non aveva precedenti penali, non aveva motivi particolari che potessero spingerlo all’omicidio di Kennedy, anzi, disse che intendeva votare per lui, ed era astemio da sempre (quella sera fu invece, visto bere una miscela alcolica). Sotto sua stessa richiesta, è stato sottoposto ad una seduta ipnotica per cercare di recuperare quel vuoto di memoria che va dal suo ingresso all’Ambassador fino al “risveglio” nella macchina della polizia. Nel corso della seduta, mentre alla domanda “parlami di Bob Kennedy” Shiran scrive ripetutamente “Bob Kennedy deve morire” (così come molti testimoni dichiarano di avergli meccanicamente sentito urlare mentre sparava), alla domanda “chi ha ucciso Bob kennedy” egli risponde “non lo so, non lo so, non lo so”.Qualunque sia la verità, purtroppo, essa è destinata a rimanere sconosciuta. Fatto sta che il 1968 fu un anno cruciale per la storia americana - con il dramma del Vietnam (a cui Kennedy era contrario) e l’esplosione delle rivendicazioni civili e razziali (che Kennedy, insieme a Martin Luther King – assassinato qualche mese prima - rischiavano di unificare) – e la destra poteva davvero rischiare di essere estromessa dal potere per molto tempo. Invece, (chissà perché!) in seguito alla morte di Bob Kennedy, si è aperto un periodo di predominio del partito repubblicano che dura fino ad oggi (a parte le parentesi delle presidenze Carter e Clinton).

Teresa Lavanga

LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN GIAPPONE E NEL MONDO



Una delle frasi più frequenti che entra nel nostro quotidiano e che si può adattare ad esso come una veste attillata ed uniforme è: “ogni mondo è paese”.
Non facciamoci spaventare dal titolo e delle migliaia di chilometri intrinseche in esso, no perché l’argomento appartiene al Giappone, ma allo stesso tempo è lo specchio di tutte le società cosiddette moderne... moderne di facciata, ma che nascondono ragnatele in ogni angolo pratico della vita.
Tante sono queste ragnatele che rimane solo un senso di sgomento al pensiero di come si possa contribuire al male anche con un gesto semplice, immorale per quanto d’istinto. Il semplice gesto d’imporre, di comandare e rendere schiava la compagnia di una vita, o una collega di lavoro.
Abbiamo letto il libro di Natsuo Kirino, “Le quattro casalinghe di Tokio”, un libro lontano, di una donna lontana, il tutto che appartiene ad una terra lontana. Ma tralasciando lo sfondo giallo, le pagine parlano della condizione della donna inquadrata in uno spazio piccolo, mentre tutta la società esterna si spande e conquista il mondo con i suoi enormi capitali. Una superficie luccicante, tenebrosamente ricca, ma allo stesso tempo nasconde insani principi che si ripercuotono nella famiglia e di conseguenza nella società.
La donna relegata, la madre relegata, a ruoli marginali, quando invece dovrebbe essere il centro della famiglia il cuore palpitante della casa, ed infine, ruolo complicatissimo il punto di riferimento dei figli, tutto combinato ad una vita professionale e gratificante.
Leggendo questo libro ci siamo accorti che quella distanza, così apparente, che la lettura di un’autrice lontana potrebbe indurre a sospetti, alla fine non si manifestata. Già, il Giappone di Natsuo Kirino è vicino a noi, forse troppo, dietro l’angolo, tra le strade e probabilmente alla nostra stessa tavola.
Attraversato il duemila, tutti ci saremmo aspettati un cambiamento radicale delle cose, una pace di sensi, che avrebbe dovuto portare alla sepoltura di certi comportamenti grotteschi ed equivoci, soprattutto da parte della sfera maschile.
In sostanza non è avvenuto.
In tutto il mondo c’è ancora un uomo che zittisce la propria moglie, rendendola valvola di sfogo delle sue inefficienze quotidiane, del suo essere uomo con la relativa possibilità a questa condizione di ricevere sconfitte e soprusi.
Leggendo queste pagine c’è saltato alla mente l’uomo tanto lontano dal Giappone, ma così uguale nel dna, quell’uomo vive in ogni parte del mondo, in ogni piccola condizione di convivenza: al lavoro, a casa, dietro uno sportello di una banca, o alle poste.
Considera l’altro sesso debole, carne, di cui approfittare quando si presenta la possibilità, la condizione per azzannare, proprio come il lupo con l’agnellino. La sua rabbia raggiunge apice di violenza al momento del confronto e al possibile sorpasso della donna sull’uomo.
Nel 1965 Kiyoko Kitagawa diede una svolta alla condizione della donna nella società giapponese: si sposò e continuò a lavorare. Il suo capo alla Sumitomo Metal Industries, non apprezzò molto la sua dimostrazione di fedeltà all’azienda. Le diede una scrivania accanto alla propria e nulla da fare per 18 mesi, senza nessun incarico lavorativo. Fu allora che Kiyoko Kitagawa cominciò a battersi contro la discriminazione nei confronti delle donne: una lotta che in Giappone sembrava destinata a modificare il rapporto tra i sessi sul posto di lavoro, ma da quello che racconta l’autrice del libro “Le quattro casalinghe di Tokio”, non molto è cambiato.
La signora Kitagawa passava il tempo lavorativo d’impiego dell’azienda leggendo.
Nel 1968 Kiyoko Kitagawa dovette di nuovo toccare con mano le discriminazioni sul posto di lavoro e ne fece gravi spese di morale e ancora di discriminazioni. Ebbe un bambino e nonostante tutto, continuò a lavorare.
Il suo capo le riferì che persino nel mondo degli animali, sono le madri ad allevare i figli, come se fossero le parole più naturali al mondo da comunicare ad una persona. Se avesse lasciato il figlio all’asilo tutto il giorno, si sarebbe dimostrata inferiore ad un cane, ad una belva; parole come macigni.
Malgrado i primi anni poco piacevoli, Kiyoko Kitagawa è rimasta nella sua azienda, tra incomprensioni ed intolleranza. La donna confida che altri superiori sono stati più giusti con lei: hanno apprezzato il suo coraggio e le hanno assegnato incarichi gratificanti. Ma tra questi fiori d’arancio nasce sempre una piantina d’ortica: ciò avvenne quando un direttore del personale disse che normalmente sulle impiegate vengono scritti rapporti mediocri per giustificare un salario più basso e l’assenza di promozioni.
La signora Kiyoko Kitagawa accese un’azione legale, insieme con altre sette impiegate che la seguirono in questa giusta battaglia. Uno scalino d’importanza storica per la lotta all’eguaglianza.
A queste coraggiose è stato saldato un compenso, ma il nostro pensiero va a tutte quelle donne che ogni giorno devono combattere con il razzismo degli uomini, che commettono violenza e ingiustizia di rabbia, per un confronto che eludono da migliaia di anni per paura di un esito tutt’altro che scontato.
La stessa Natsuo Kirino, autrice del libro “Le quattro casalinghe di Tokio”, ha iniziato la sua carriera di scrittrice con uno pseudonimo maschile, altrimenti, nonostante la sua palese bravura, l’avrebbero censurata.

martedì 9 gennaio 2007

Agenzia letteraria T&Z www.trentinezantedeschi.com


Una partnership vincente
T&Z è un progetto nato dalla solida partnership professionale e artistica che da tempo lega le attività di Rossano Trentin e Massimiliano Zantedeschi, giovani e intraprendenti editor e agenti letterari che negli ultimi anni hanno affinato la loro esperienza in campo editoriale e cinematografico.Frutto di un'analisi dettagliata del panorama editoriale italiano e anglosassone in particolar modo, T&Z si propone come mezzo unico per creare un ponte tra scrittore ed editore.La pubblicazione dei lavori curati dallo staff di T&Z è solo l'auspicata e naturale conseguenza di un lungo lavoro di decostruzione/costruzione del testo finalizzata a evidenziarne qualità artistiche e contenuti. La forte sinergia tra editor e autore, variabile indispensabile.

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Naple's art: SCAMPIA


lunedì 8 gennaio 2007

Jules e Jim



Parlare di cinema capita a tutti. Sedersi in una sala cinematografica, comprare patatine e aranciata..poi guardare, possibilmente ammirare un opera che dovremmo ricordare per il resto dei nostri giorni.
E’ la magia del cinema. Cineprese che come impegnate in un balletto supportato da una musica celestiale, si alternano nel filmare e ricordare ai posteri quelle scene che appartengono ad un’epoca, ad un determinato pensiero. Le immagini che poeticamente seppelliscono le parole.
Il cinema, l’arte del cinema. L’attore ed il regista.
Bah, a me non capita da parecchio.
Assisto a macchine precipitare da burroni interminabili, sparatorie di mitra che non esauriscono mai il caricatore. Un’assordante accozzaglia di rumori ed immagini.
Allora dov’è tutta quest’arte?
Altro non è che il film di natale, con stupide lotte di botteghino tra opere di celluloide che non scalfiscono nemmeno la sfera del comico, e si lanciano invece in un turbinoso quanto increscioso sodalizio con il demenziale e la volgarità. Questa è la sala cinematografica in questo periodo di festa.
Un luogo sacro contaminato.
Allora il bisogno di un classico, di un leggero tocco di regia pura; di una voce pacata, ma allo stesso tempo autoritaria, poi ancora gentile, candita a guidare il triangolo più famoso della storia del cinema: Jules e Jim di Francois Truffaut.
Dolcemente e “paf”, via il telecomando, le sequenze serrate e figlie l’una dell’altra, plasmate da un montaggio aggraziato, come se tutto fosse vita e non finzione.
Un opera del cinema.
Fortunatamente, grazie al vero cinema, è ancora Natale.
"Jules e Jim" tratta del legame che si viene a creare fra due persone apparentemente molto diverse, sostanzialmente identiche nel loro essere del tutto normali, quasi insostenibilmente comuni. La banale, tranquilla esistenza dei due uomini è sconvolta dall'apparizione di una donna, anzi della Donna, l'eterno femminino che rivoluziona la calma piatta.Catherine è demoniaca, nel senso più greco del termine: un elemento perturbatore, reperto di un'epoca scomparsa, che oppone all'immobilità maschile, un'instancabile spinta alla metamorfosi. Il cambiamento inteso come malizia e scostamento dalla realtà.
Lei assomma in sé i caratteri che contraddistinguono i personaggi femminili di secondo piano: ha il candore logorroico di Thérèse, la grazia infantile di Sabine, la passione rigorosa di Gilberte, la voracità sessuale della silente avventrice al bar.
La donna che è dapertutto, ma anche in nessuna parte del mondo. L’ultimo sogno, l’ultimo desiderio dell’uomo abbandonato…………………Assistita dal narratore (la voce fuori campo), crea, distrugge le idee e le personalità degli altri due protagonisti, rendendoli edonisticamente annullati dalla sua femminilità. Jules e Jim sono persi in lei, e in lei, paradossalmente, ritrovano il legame posto in crisi dal comune amore. Non importa essere felici o essere tristi, ma esserlo insieme. La forza dei due uomini sta nel loro essere "deboli", capaci di sciogliere ogni riserva di fronte all'instabilità di Catherine, unica e consapevole direttrice d’orchestra.


Rafael Navio.

sabato 6 gennaio 2007

UN ASSASSINO QUALUNQUE

Molte volte si desidera esprimere giudizi e critiche. Raramente ci capita di leggere qualcosa che raggiunge alla perfezione il nostro pensiero. E' accaduto con l'intervista di Giuseppe D'Emilio e Arturo Fabra all'autore di "UN ASSASSINO QUALUNQUE". Sia l'autore che gli intervistatori hanno colto perfettamente la mia visione delle cose.
In sostanza da molti anni si legge a specchio, cioè chi fa tendenza viene poi seguito per riflesso. Se queste sono le scelte editoriali, non sarò certo io a contestarle, evitando di far nascere un "Don Coscione all'italiana", ma quando si realizza un progetto nuovo, indipendente, allora ci si sposa con esso. Chi ha bisogno di ventata nuova non può che essere felice di romanzi atipici come questo o come Zoo della Santacroce che leggo in questi giorni appassionatamente. In sostanza della Fazi editrice non si può dire che riscaldi sempre la stessa minestra.
Segue l'intervista a Piernicola Sivis, a mio avviso, di corposi contenuti.
Piernicola Silvis UN ASSASSINO QUALUNQUE

di Giuseppe D’Emilio e Arturo Fabra

Giugno 2006

Basandosi sul titolo e sui “segnali” che invia la copertina del romanzo con il quale l’editore Fazi inaugura la collana “Vele nere”, chi non conoscesse il tema trattato da Silvis potrebbe ritenere di trovarsi di fronte a un thriller nel quale sia presente un serial killer o, come più correttamente lo chiama l’autore, un assassino seriale.
Certo, si tratta anche di questo, ma il romanzo affronta un argomento drammatico: il protagonista è sì un assassino seriale, ma è, soprattutto, un pedofilo sadico, un uccisore di bambini che raggiunge l’eccitazione sessuale compiendo atti crudeli sulle sue piccole prede.
È un romanzo, certo; c’è finzione, c’è narrativa; ma ci sono anche concreti e ben documentati riferimenti a fatti realmente accaduti in passato, che accadono e che, purtroppo, accadranno ancora.
Un assassino qualunque ha del thriller gli ingredienti: la suspense, la violenza, l’intrigo; è presente un’azione investigativa anche se la tensione narrativa non si crea con la ricerca del colpevole, del “soggetto ignoto”, visto che questi è dichiarato fin dall'inizio. Può essere definito anche un noir, dato che vi viene presentato il punto di vista dell'assassino, secondo quella che è una delle caratteristiche di questo sottogenere del poliziesco. C'è dentro il nero di Ellroy, di sicuro, ma anche Henning Mankell e il grigio pessimismo del suo Commissario Wallander.

Non siamo quindi di fronte a opere come Io uccido di Faletti, che è un “classico”, a nostro avviso banale, romanzo con protagonista un serial killer; non ci troviamo davanti a un romanzo come Il codice da Vinci, sicuramente avvincente, ma non certo documentato e “plausibile” come il lavoro di Silvis. Si tratta quindi di un’opera letteraria che pur avendo le caratteristiche della cosiddetta “letteratura di evasione” in realtà ci presenta appunto serissimi e drammatici argomenti di riflessione, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, come ormai questi non siano più prerogativa della sola letteratura cosiddetta “mainstream”.
Basti pensare a una delle chiavi di volta per l’analisi del romanzo: quel “qualunque” presente nel titolo.
L’assassino, infatti, non è un personaggio eccezionale, non è un epigono di un Hannibal Lecter di raffinata cultura e raffinati gusti culinari; e anche se nel corso del romanzo la sua vita avrà un’evoluzione di successo personale, sarà proprio un successo “qualunque” che molti potrebbero ritagliarsi con un po’ di accorta strategia.
Quello che sconvolge, quindi, non sono tanto (o soltanto) i delitti perpetrati, anche quando vengono descritti dettagliatamente, ma la consapevolezza della possibilità che ciascuno di noi potrebbe essere come il protagonista.
Ci troviamo di fronte, inoltre, a una storia italiana: tutti sanno, ma nessuno riesce a superare il “muro di gomma”.

L'autore, che è un poliziotto (attualmente è direttore della scuola di polizia di Senigallia), lancia quindi un messaggio che è allo stesso tempo di fiducia nella legge e di cinico disincanto, perché le stesse regole che la giustizia si dà per evitare di essere prevaricatrice permettono a chi sa usarle a proprio vantaggio di sfuggirle.
E se è vero, come si dice, che il “poliziesco nero” è la migliore via per parlare delle nostra società, allora Un assassino qualunque è la peggiore delle accuse a tutto il nostro sistema. Accusa senza appello, e senza speranza.


L’amico Piernicola ha accettato di lasciarsi intervistare per LiberScuola.


“QUAL È STATA LA MOLLA CHE TI HA SPINTO A SCRIVERE QUESTO ROMANZO?”

Da un lato la ‘banale’ voglia – che hanno in tanti – di coinvolgere gli altri in un qualcosa che si crea nella propria testa. Potevo suonare o dipingere, ma credo mi venga meglio scrivere. Dall’altro, avendo deciso di farlo in età matura, volevo scrivere anche di argomenti che, in questi tempi decerebrati, consentissero al lettore di ‘pensare’ a ciò – al male - che ci circonda. Un lavoro di denuncia? Sì, ma senza alcuna pretesa intellettualistica o cose simili. E per costringere il lettore a finire il libro ho usato un intreccio di genere, ma che ritengo molto efficace, e parole dirette sempre e solo alla trama, evitando di voler spiccare come ‘bravo’ scrittore.


“QUANTO C’È DI AUTOBIOGRAFICO NEL ROMANZO?” TI RICONOSCI, ALMENO IN PARTE, IN UNO DEI PERSONAGGI?”

È ovvio che ogni scrittore scriva un po’ delle cose che sa o che ha vissuto, anche se in minima parte. C’è un po’ di me nello psichiatra, Gregor Pozza (non so come mi sia venuto questo nome, ma mi piace molto), nella sua normalità, ammesso che esista ancora qualcuno o qualcosa che possa definirsi ancora normale. C’è qualcosa di autobiografico anche nel funzionario di polizia Paolo Mele, ma pochissimo, solo qualche riferimento familiare. Io ho un temperamento antitetico al suo. Non c’è nulla di me in Emanuele Rode, il pedofilo, e non perché l’abbia schifato in quanto tale, ma solo perché ogni parte del suo carattere è stata da me completamente inventata


“DE CATALDO CON IL SUO ROMANZO CRIMINALE HA ‘DETTO-NON DETTO’ SULLE VICENDE DELLA BANDA DELLA MAGLIANA, È SUCCESSO ANCHE PER UN ASSASSINO QUALUNQUE? E, SE SÌ, IN CHE MISURA?”

Be’, c’è in effetti una realtà sommersa, quella della pornografia sadica, che nessuno vuole ammettere o vedere. Tutti chiudono gli occhi per pudore. E, peggio ancora, gran parte di questo disgustoso mercato colpisce i bambini. E Internet, specchio della società, consente di poter fruire di questo materiale con una certa facilità. Purtroppo, alcuni dei riferimenti che si trovano nelle pagine di Un assassino qualunque sono assolutamente veri. Ecco, io voglio sbattere in faccia al perbenismo e alle inutili chiacchiere sulla corruzione delle società calcistiche, ma anche alle varie Fattorie e Grandi Fratelli, questo concetto: amico, mentre ti distrai con queste idiozie, c’è gente che uccide bambini per fare eccitare guardoni che tirano fuori migliaia e migliaia di euro per vedere certe scene. Il male assoluto. Riflettici di più, pensaci. Solo così, con una maggiore presa di coscienza di certe cose, forse potremo affrontare il problema in modo costruttivo.


“UN PO’ PESSIMISTA?”

Assolutamente sì. Non c’è molto da essere ottimisti


“CHE NE PENSI DEL ‘RINASCIMENTO’ DEL NOIR IN ITALIA?”

Bellissimo. Da Scerbanenco in poi c’è stata una fioritura di ottimi autori. Carlotto, De Cataldo, Carofiglio, Vichi e altri… grandi romanzieri, non posso che esserne contento. Forse però in giro ci sono un po’ troppi commissari…


“STAI LAVORANDO A UN ALTRO ROMANZO?”

Nella mia mente ci sono già tre romanzi ‘pronti’. Ne sto affrontando uno, molto difficile perché vado a sondare la storia recente di questo Paese. Anche qui, in omaggio a Greene e le Carrè, cercherò di infilare l’umanità dei personaggi. Poco tecnologismo, molte sensazioni emozionali.
Altre informazioni su Piernicola Silvis sono reperibili al sito http://www.piernicolasilvis.it/

giovedì 4 gennaio 2007

AMERICAN SCASSABALL ASSOCIATION




Hai un dittatore da spodestare?

Materie prime in eccesso?

Vuoi attivare debiti che non potrai mai estinguere con noi?

Culture e tradizioni da cambiare?

Nuove criminalità organizzate che vogliono fare affari con le nostre agenzie di stato?

Contatta il nostro agente CIA.

AMERICAN SCASSABALL ASSOCIATION.

LA RISPOSTA, SE DESIDERI IL CAOS.

mercoledì 3 gennaio 2007

naple's art (part two)

naple's art (part two)

naple's art (part one)

naple's art (part one)

IL TICKET AL PRONTO SOCCORSO E LA PIROSI RETROSTERNALE


Una delle malattie più diffuse della nostra epoca, ma anche la meno conosciuta, è la pirosi retrosternale. Non entrerò nel tecnico della questione, anche perché non è mia competenza, ma quello che mi compete è avvicinarmi all’argomento dal punto di vista civico.
Insomma siamo in una civiltà evoluta?
L’Italia è un paese evoluto?
Dovrebbe. Ma molte volte la cosa non è semplice.
Punto fermo: in Campania e nelle regioni del sud c’è uno spreco che farebbe rabbrividire Camillo Benso di Cavour nella tomba, massone, che ha sempre guardato con sdegno queste terre e forse con molte ragioni.
Questo spreco si concentra e manifesta il suo cancro peggiore soprattutto nella sanità.
E chi ci è andato a lavorare nella sanità: gli amici degli amici, comparielli dei comparielli, …fratelli di strada…del tipo ti ricordi quando…che tempi quando…..
Ora i comparielli hanno una tale forza che un dottore gagliardo, volenteroso, che ha voglia di arrivare, di aiutare, di mettere in atto il propria opera, si scoraggia.
Perché il dottore se dice a questi paramedici, a questi inservienti “ ragazzi la sala operatoria è sporca, i laboratori sono sporchi, il corridoio è sporco” che gli succede al povero dottorino cresciuto con pane e pomodoro per pagarsi gli studi?
Se gli va bene, gli tagliano le gomme della macchina!
Quindi siamo arrivati al secondo punto fermo: i geni del sud diventano “ Cape di pezze” (teste vuote) perché hanno paura dei comparielli dei comparielli.
E i presidenti del consiglio, man mano che si passano lo scettro, hanno intenzione di cambiare le cose.
Ma in Lombardia le cose vanno meglio!
E lo vieni a dire a noi della Campania che organizziamo gite di gran lusso: destinazione nord.
Ti devi togliere un tumore?
Brescia, Pavia, Milano.
Tuo figlio è nato con qualche malformazione?
Genova, Torino.
Ora ci hanno dato anche l’Eurostar, ma prima il Reggio- Milano era uno spettacolo, quando tornavi a casa dovevi restare un giorno a mare per toglierti la puzza.
Paghiamo le tasse in Campania, ma dobbiamo trasferirci al nord per curarci.
Guardate io non voglio cambiare le cose, non sono un fissato di testa, ma almeno aiutate i nostri figli a vivere in salute. Cioè, parlo delle cose basilari, quelle cose insomma che tengono calmo il popolo, quelle cose insomma che non fanno scoppiare la testa, quelle cose, insomma, che non fanno scoppiare una rivoluzione.
E voi cosa fate?
Il ticket sul pronto soccorso.
Ma ci rendiamo conto?
Il ticket sul pronto soccorso.
Ma ci rendiamo conto?
Il ticket sul pronto soccorso.
Ma in Lombardia già c’è”!
E che cosa è l’amministrazione lombarda,….. è per caso ispirata da Dio?
Ora se hai un dolore al petto, devi capire se è un codice rosso o un codice bianco.
Codice rosso: hai un infarto.
Codice bianco: ansia! Allora paghi il ticket.
Infarto/ansia.
Quindi un cittadino per non farsi fregare sulle tasse, deve avere una laurea in economia e commercio; per non farsi fregare dalle leggi, una laurea in giurisprudenza; per non pagare il ticket, una laurea in medicina.
Ansia/infarto.
Ma che succede se entra in gioco una terza carta?
La famigerata PIROSI RETROSTERNALE.
Poco conosciuta, ma diffusissima PIROSI RETROSTERNALE.
Ha gli stessi sintomi dell’infarto.
Dolore al braccio che si può prolungare al collo e alla mandibola, e dolcezza finale, ha origine al centro del petto, proprio dove pompa il cuore. Ma non è un disturbo del miocardio, bensì dello stomaco. Già dello stomaco.
Una complicanza del reflusso gastrointestinale, della disfagia…..chiamatela come volete, a noi interessa sottolineare che può essere facilmente scambiata per un infarto.
Allora, pari o dispari, vado o non vado al pronto soccorso?
Scegliete voi!
Infarto o venticinque euro (circa) di ticket.
Come dicono i francesi:” Ah, gli italiani”.


Rafael Navio
pb su www.girodivite.it

lunedì 1 gennaio 2007

CONTATTI

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RAFAELNAVIO@LIBERO.IT

Chi è Rafael Navio?


Rafael Navío
Di padre spagnolo e madre italiana, Rafael Navío ha passato gran parte della sue infanzia al seguito dei genitori, cuochi in una lussuosa nave da crociera. Affidato ai nonni all'inizio degli anni '80, ha studiato e coltivato la passione per i fumetti e i classici della letteratura. Ma il richiamo del mare è ancora troppo forte. S'imbarca quindi come cuoco in una nave, stavolta mercantile, continuando la tradizione di famiglia. Gira il mondo e la scrittura diventa un'esigenza. Ed è lì che, dalla sua penna, nasce l'agente speciale Luigi Febbraio protagonista del suo primo romanzo, in uscita nel 2007. Oggi vive in Italia, a sud. Non lontano dal mare naturalmente. E lavora al suo secondo romanzo. In attesa di un altro viaggio. Nato il 24 marzo del 1974, quando gli è stato chiesto quale fosse stato il posto più bello visto, ha risposto: « il ponte di una nave, in compagnia di un buon libro.»

rafaelnavio@libero.it

IL RAGGIO DI SOLE


http://www.ilraggiodisole.org/


Il raggio di sole è qualcosa d’antico, puro. Un’associazione che si occupa di chi ha bisogno e non ha!
Il male si diffonde nel mondo come una macchia incontrastata, quasi sempre vincente perché fa fede sulla debolezza dell’uomo, sul suo lato corrotto di vedere le cose, di assimilarle nel modo sbagliato.
E allora cresci, ti plasmi, ed attraversi le strade di questo mondo con la convinzione che fregare la gente sia una legge di vita, una condizione d’estrema evoluzione della specie. Insomma mangi quello che è degli altri, il tuo e quanto più puoi arruffare.
Più arruffi e più senti grande e appagato il pensiero edonistico che vive nello stomaco.
E in questo periodo di feste, di festini, di grande consumismo dove tutto il mondo è paese, un manipolo di EROI, di persone NORMALI nel quotidiano, ma che all’occorrenza si trasformano in angeli custodi, cacciano qualcosa di puro dal petto e lo mettono al servizio degli altri: il cuore.
Al mondo c’è la grande solidarietà: milioni di dollari che dai conti correnti si trasferiscono.
Che ben venga, Oddio, è sempre bene accetta, ma la solidarietà di queste persone è diversa, è violenta.
Violenta perché vuole risolvere i problemi, e non rinviarli.
Quindi, oggi il primo dell’anno 2007, ho voluto pensare a loro, IL RAGGIO DI SOLE, eroi dei tempi moderni.
Auguri e continuate su questa strada.


http://www.ilraggiodisole.org/

Gruppo di solidarietàIL RAGGIO DI SOLEo.n.l.u.s.
Via Don Minzoni, 5 - Angri (SA)tel. 3477064302
info@ilraggiodisole.org